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Il comune di Condove appartiene a: Regione Piemonte - Città metropolitana di Torino

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Franco Provenzale

Noi parliamo in Patois e vogliamo dirlo in Patois

Indagine sulle denominazioni delle parlate dell'arco alpino occidentale

Ad una domanda del tipo "Come chiamate la vostra parlata di qui?" o meglio "Voi qui parlate...?" probabilmente parecchi giaglionesi risponderebbero "nuzawti bardzakàn dzaluné" o "d dzalun".
In altri paesi qua attorno, come in altre valli francoprovenzali o occitane, alla stessa domanda si risponderebbe con qualcosa come "a nosta moda" oppure "kume nuzawti ".
In ogni caso è probabile che ognuno di voi disponga di più modi per indicare la sua parlata, come parla con i suoi compaesani; o almeno due modi di cui uno più "largo'; più generico, che serva per indicare quel parlare particolare di tutte queste vallate, diverso dal piemontese, dal dialetto della pianura, ad esempio patwà. Ma poi naturalmente avrà anche un modo più preciso, legato ad ogni specificità locale, ad ogni parlata, ad esempio dzaluné o patwà dzaluné o patwà d dzalun...
Ed è anche possibile che parecchi di voi davanti ad una domanda apparentemente così semplice e addirittura banale quale quella che ho formulato prima avrebbero qualche esistazione, o darebbero più di una risposta, o chiederebbero chiarimenti su quello che si vuole esattamente sapere, perché in realtà questo di "dare un nome alla propria lingua" è un passaggio estremamente delicato.
Anni fa a Montpellier, in Francia, al tema di "nommer la langue" è stata dedicata una intera, densa sezione di un convegno intitolato a "Les Français et leurs langues" ed è stata quella un'occasione per riflettere ancora una volta da un lato sul fatto che il "dare il nome alla propria lingua" è il primo e più immediato indicatore di una coscienza linguistica, in quanto autoriconoscimento dell'appartenenza ad una precisa comunità linguistica. Ma d'altro lato il convegno è stato anche occasioiìe per riflettere sulle difficoltà che il parlante incontra nella scelta dell'espressione per designare quella che è proprio la sua lingua. Operazione, questa, come si diceva già prima delicata e non banale in quanto coinvolge non solo il proprio parlare, ma tutto il proprio essere, nella sua natura più profonda, in quanto portatore di una precisa impronta identitaria.
Naturalmente le modalità dell'identificazione e della designazione risulteranno complesse soprattutto presso quelle comunità nelle quali la coscienza dei parlanti debba fare i conti con un repertorio ricco di più codici linguistici e soprattutto ancora quando la "lingua materna" (o comunque il codice più "locale") sia l'elemento funzionalmente "debole" del repertorio stesso, così come avviene in generale per i patwà locali di queste valli nei confronti da un lato del piemontese, dotato di maggior prestigio e possibilità di circolazione in quanto espressione del capoluogo regionale e d'altro lato nei confronti della lingua nazionale.
E ancor più delicata è poi naturalmente la situazione quando si tratti appunto di comunità quali quelle che stiamo qui festeggiando a Giaglione, le cosiddette Minoranze linguistiche. In questi casi, evidentemente, la designazione della propria lingua viene ad acquistare il valore di una precisa autoaffermazione identitaria, di una alterità linguistica e culturale.
Ritorniamo dunque ad esaminare da vicino le denominazioni che più comunemente vengono attribuite dai locali alle loro parlate in queste vallate del Piemonte Occidentale, linguisticamente diverse dal resto della regione. E permetterete che anche se questa è una festa francoprovenzale io affronti globalmente il discorso, tenendo conto anche della minoranza occitana.
Ebbene, sulla Carta 2 sono state riportate (in forma molto semplificata e necessariamente sintetica, le risposte raccolte nel corso delle sue inchieste in 42 località del Piemonte occidentale dall'Atlante Linguistico ed Etfiografico del Piemonte occidentale, l'ALEPO.
Risposte raccolte appunto attorno al problema di cui ci stiamo qui occupando, cioè il come venga comunemente designato il parlare locale, sulla base però di stimoli diversi, di diverse domande, che rappresentano nel Questionario dell'ALEPO approcci più o meno diretti alla questione.
La carta permette di individuare facilmente tre modalità principali per designare la parlata locale (oltre ad una certa serie di soluzioni diverse, episodiche o isolate che non abbiamo qui tempo di esaminare in dettaglio). Vediamo le tre soluzioni principali:

  • la prima modalità è quella che vede l'impiego del termine patwa;
  • la seconda modalità utilizza formule, che potranno definire "affettivo identitarie" incentrate sul possessivo "nostro" o sul pronome personale "noi": a 'nostra moda, nostro moddo, kumo nuzawti. Si noti che queste formule sono in diversi casi modificate, tramite la sostituzione del "noi" o del "nostro" con un richiamo diretto al nome della località, per esempio kumo a kartinàn oppure moda d karema;
  • la terza modalità è quella che vede farsi componente essenziale ed esclusiva appunto il richiamo al toponimo (o meglio ancora all'etnico) locale: dzaluné, kwasin, tendask, ayzunènk; e possiamo ascrivere a queste anche espressioni quali (parlà) d riburda, d pamparà, ecc.
La carta, come già avvertito, semplifica e banalizza una realtà che emerge nella sua pienezza solo dall'insieme ma soprattutto dalla specificità delle singole risposte, che sono spesso complesse e possono variare a seconda degli stimoli che le hanno prodotte o dei contesti.
Ma mi sembra comunque utile perché permette in qualche misura di apprezzare l'addensarsi e il rarefarsi della presenza dei tre diversi modelli denominativi principali:
  • II termine patwà percorre tutto l'arco del Piemonte occidentale sia pure con alcune vistose interruzioni ad esempio in corrispondenza della Val Soana e delle due più settentrionali vallate di Lanzo. Va però anche detto che leggendo con attenzione il complesso delle risposte risulta che questo termine sembra ormai essere ovunque "riconosciuto" e accettato anche là dove non viene tradizionalmente usato per indicare la parlata locale. Nell'uso delle nostre vallate patwa appare oggi, senza dubbio, termine in espansione, probabilmente anche per la possibilità che offre di esprimere sinteticamente quell'idea di diversità, di alterità cui prima si accennava; venendo quindi in un certo senso ad essere sinonimo di "dialetto"; di "lingua locale'; di "parlata" ma in particolare di una di queste parlate alpine non piemontesi, diverse tra loro ma tutte diverse dalla lingua della pianura e affini semmai a quelle utilizzate dalle popolazioni che vivono al di là delle montagne. E in effetti questo termine patwà segnala inequivocabilmente il legame linguistico delle nostre vallate con l'Oltralpe; sintomo ne è anche l'uso che ne troviamo fatto comunemente sui programmi di queste feste annuali delle popolazioni francoprovenzali e appunto dei loro patwà, siano esse italiane, francesi o svizzere.
  • D'altra parte proprio per questa sua valenza "larga" il termine patwà ha evidentemente dei limiti, risulta inadeguato quando si tratti di indicare un preciso patwà, quello di una certa località, distinguendolo da un altro o dagli altri. In questi casi diventa indispensabile o il richiamo diretto al nome della località (lu patwà d dzalun di contro a lu patwà d matyas) oppure i parlanti possono scegliere di passare in queste circostanze alle altre modalità designatorie viste prima, alle denominazioni "affetti vo identitarie" (nosta moda, ecc.) o a quelle che si riallacciano direttamente al toponimo (dzaluné, ecc.).
Ma fermiamoci ancora un attimo a riflettere sull'uso di patwà. Gli amici francesi qui presenti ...... ( articolo completo su EFFEPI nr.8 ) Sabina Canobbio - Università di Torino