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Perchè un Museo Etnografico a Mocchie...

presentazione di Luca Patria

immagine ingrandita La Raccolta Etnografica del nostro Museo (apre in nuova finestra) L'impianto e l'allestimento in forma museale della raccolta etnografica di Mocchie consentono di mettere a disposizione di un largo pubblico un patrimonio di cultura materiale significativamente omogeneo e rappresentativo di una società montana inserita in una importante area di strada tra Italia e Francia.
Tale inserimento va però inteso correttamente: è una collocazione ai margini attivi della grande strada, non riflette un coinvolgimento pieno.
I caratteri originali della cultura del vallone del Gravio sono arricchiti dalla presenza della via francigena di fondovalle, ma non annullati.
Si tratta infatti di un vallone laterale collocato sullo spartiacque con la contermine valle di Viù, un vallone che valorizza i rapporti intervallivi lungo le direttrici di alta quota estraniandosi autonomamente negli usi sociali e comunitari, fondamentalmente arcaici sulla lunga durata, rispetto ai borghi e ai castelli di strada lungo l'asta fluviale della Dora Riparia che di per se stessa rappresenta nella dinamica del grande traffico internazionale un'area di confine, mentre, al contrario, l'area montana utilizza i percorsi della via francigena solo per gli scambi transumanti con le pianure e le zone collinari d'oltre Po.
Ne deriva una cultura fortemente connotata dal carattere alpino e montano autoctono, dove il rapporto di complementarità con le pianure non annulla ma valorizza la sua specificità alpina.
In questo senso la microregione del vallone del Gravio rappresenta un contenitore perfetto di quei codici storici-linguistici-artistici riconoscibili per omogeneità d'area.
immagine ingrandita I Codici (apre in nuova finestra) Il vallone in età coziana non è estraneo al processo di romanizzazione del territorio valsusino, ma i pochi riscontri archeologici insistono soprattutto sul carattere preromano dell'insediamento sparso.
In età medievale il vallone dipende da un centro plebano di fondovalle: la plebs Capriarum controllata in età tardomedievale dal monastero di S.Giusto di Susa.
La distrettuazione ecclesiastica riproduce una sincronicità attuativa con quella signorile: i diritti di banno sono esercitati dal monastero segusino ma conoscono anche ripetute contestazioni attraverso numerosi conflitti territoriali con il monastero clusino che controlla l'importante centro di pellegrinaggio locale a Celle.
A partire dal XIII secolo diventa veramente imponente la documentazione sullo sfruttamento degli alpeggi.
L'organizzazione di castellanie abbaziali a Caprie e a Mocchie offre numerosi riscontri finanziari sull'allevamento in alta quota con l'attivazione della transumanza stagionale verticale e l'uso del pascolo di pianura in stagione autunnale e primaverile.
È un'area di interscambio che propone i pascoli locali allo sfruttamento di stazioni pastorali controllate dagli stessi finanzieri astigiani attivi sui principali mercati europei: la specificità locale è spesa su un'area di referenza più ampia, il valore specifico dell'alpeggio non è estraneo alle consolidate forme di rendita e investimento del ceto mercantile subalpino.
immagine ingrandita Architettura Montana (apre in nuova finestra) Tutti i riferimenti documentari convergono nel dato accertato per cui le stazioni pastorali hanno conosciuto un uso diacronico dal secolo XIII ai nostri giorni.
La continuità toponomastica assevera questa conclusione.
Siffatta specializzazione ha prodotto una cultura diffusa divenuta patrimonio dei singoli gruppi familiari, di borgate e frazioni montane tramandando e riproducendo un patrimonio culturale e sociale perfettamente avvertibile e ricostruibile in un percorso didattico e museale.
Tutta l'area conserva poi una cartografia specializzata del territorio dove le terre comuni dei grandi pascoli sono ben documentate dal 1600-1700 fino al catasto Rabbini.
L'architettura montana presenta evidenze strutturali di immediata leggibilità circa le forme di organizzazione del lavoro, della vita di socialità e relazione nelle borgate, dell'associazionismo religioso e del folklore profano che rappresentano altrettanti percorsi tematici di pratica contestualizzazione in uno spazio museale.
La necessità di specializzare il museo sull'attività lattiero-casearia e la cultura d'alpeggio deriva dallo spazio primario che siffatta attività ha avuto nella realtà montana del vallone del Gravio, ma non annulla altri aspetti della vita di montagna che l'area è in grado di esibire: su tutti l'attività estrattivo-mineraria attestata tra i secoli XIV e XIX.
immagine ingrandita Tecniche e Saperi (apre in nuova finestra) Oltre ciò si trova largamente documentata nei suoi aspetti materiali la vita di villaggio con le colture agrarie tradizionali, l'attività di tessitura che adottava le forme e le tempistiche del Verlagsystem, lo sfruttamento delle aree boschive, lo sfruttamento delle tecniche molitorie dei mulini da grano, le seghe idrauliche, i follatoi della canapa e altre strutture protoindustriali che qualificano una cultura materiale di grande interesse e di immediata contestualizzazione in un ecomuseo.
Non si tratta solo di attivare una fredda casistica di tecniche e saperi sostanziali che sulla lunga durata hanno caratterizzato questa microregione montana.
Le memorie familiari e di gruppi allargati (confraternite, badie giovanili, società di mutuo soccorso ecc.) connotano quella cultura attraverso una ancora attiva memoria orale, ma anche con una documentazione archivistica di non usuale ricchezza.
Lavoro sul campo e in archivio sono in grado di offrire materiali per un work in progress che sarà in grado di fare del museo uno spazio espositivo in continuo e serrato aggiornamento, ma altresì una banca dati facilmente accessibile al largo pubblico e alle scolaresche per auspicabili lavori didattici sul campo.

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